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14:28 - 12 marzo 2010


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roma 2007

Gabriele Basilico, Castel Giubileo, 2007

© Baldini Castoldi Dalai editore

Conversazione tra Gabriele Basilico e Angela Madesani

In esclusiva per Sullarte.it viene pubblicata l'intervista di Angela Madesani tratta dal volume "Roma 2007" edito da Baldini Castoldi Dalai editore che verrà presentato a Roma il 22 maggio 2008 alle 18.30 a Palazzo delle Esposizioni.

In occasione di FotoGrafia - Festival Internazionale di Roma, Gabriele Basilico è stato incaricato dal Festival di fare un lavoro inerente la città.
Ha così pensato di costruire un progetto che lo interessava da tempo: ritrarre la città dal fiume che l'attraversa. Con lo sviluppo del lavoro, il Tevere è diventato il vero protagonista delle fotografie, che ci presentano un autore, a tratti, diverso da quello al quale ci siamo abituati negli ultimi anni.

La prima cosa che salta all'occhio è che si tratta di un lavoro realizzato interamente a colori.

La prima volta che ho fatto delle fotografie a colori in un lavoro di paesaggio urbano è stato nella campagna su Beirut del 1991, alla fine della lunga guerra civile. Per la verità è stata una scelta complementare. In effetti queste fotografie sono rimaste per anni nel cassetto. Dodici anni dopo, la rivista «Domus» mi ha chiesto di tornare a Beirut per fotografare la città ricostruita.

Successivamente ho pubblicato un libro Beirut 1991 (2003 con oltre 150 immagini, tra le quali anche quelle fotografie a colori.

Per il lavoro su Roma la cosa è molto diversa perché non esistono riprese in bianconero.

L'atmosfera che si viene a creare è particolare.

Tutto è iniziato con la complicità delle condizioni meteorologiche.

Nei mesi di ottobre e novembre, quando ho realizzato tutte le riprese, ho quasi sempre trovato cieli coperti e piovosi. È stato come se l'acqua del fiume e il colore del cielo, molto omogeneo e quasi senza nubi, si fondessero in un'unica superficie grigia, calma, placida. Questa omogeneità cromatica ha accompagnato tutto lo svolgimento del lavoro che alla fine è stato caratterizzato da una forte coerenza espressiva. C'è stato un evidente spiazzamento per chi, come me, ha in mente un'iconografia di Roma perennemente inondata da una luce solare che genera ombre nette, ricomponendo così in modo chiaroscurale i volumi degli edifici e le superfici delle strade.

La Roma che ho visto lo scorso autunno, immersa in un cielo grigio e umido, mi è sembrata più simile alle città del Nord Europa.

All'inizio ero un po' sconcertato, ma quando ho accettato quelle condizioni è stato anche più facile: in qualche modo ho ritrovato un paesaggio che ben conoscevo e che avevo già frequentato nel passato.

Si tratta di Bord de mer, il lavoro che hai realizzato all'interno della Mission Photographique de la Datar nel 1984?

Sì, proprio così. Anche nella campagna fotografica che ho

realizzato lungo la costa del Nord della Francia, ho trovato spesso pioggia e cielo denso di nuvole. Ma la cosa più importante dell'esperienza francese è che lì ho imparato a prendere coscienza del paesaggio, della sua essenza, e della capacità di alcuni luoghi di irradiare armonia.

È stato come se avessi capito qualcosa che da sempre vedevo ma che non avevo mai compreso prima.

Anche a Roma il Tevere ti incanta, ti ipnotizza, ti fa diventare complice della sua bellezza e non smetti di osservarlo da molteplici punti di vista: hai raggiunto un ponte e non vedi l'ora di arrivare al ponte successivo per scoprire un ulteriore punto di vista. In questa campagna il fiume lentamente è diventato così il protagonista vero della mia ricerca fotografica. È come se avesse messo in secondo piano la città, le avesse tolto la scena, lasciandole un ruolo di sfondo tra un argine e l'altro: una striscia sottile sulla linea dell'orizzonte.

Qui l'acqua dà un senso rassicurante, ancora più forte che in Bord de mer.

In Francia era diverso, c'era il mare, con la sua estensione fino all'infinito e la sua capacità di trasfigurazione, da calmo a mosso ad agitato, come recita il notiziario dei naviganti, in funzione del tempo atmosferico.

A Roma l'acqua, per quanto predominante nella composizione della fotografia, scorre nel suo letto dentro uno spazio compatto, e tutto intorno c'è la città che preme.

Come è nata l'idea di seguire il fiume, che diviene una sorta di Virgilio che ti conduce per Roma?

Ho considerato il fiume come una strada, e questa strada fluviale che attraversa tutta Roma mi ha permesso di fare un viaggio dentro la città.

La maggior parte dei miei lavori fotografici che hanno per

oggetto la città sono realizzati secondo un itinerario ragionato, molto spesso seguendo un percorso lineare che mi permette di esplorare il tessuto urbano, la sua natura e le sue modificazioni.

Questo metodo è stato applicato in modo esemplare nella ricerca Sezioni del paesaggio italiano, realizzata per la Biennale di

Venezia-Architettura del 1996 insieme a Stefano Boeri, dove abbiamo presentato un'installazione con 120 fotografie corrispondenti a sei brevi viaggi compiuti nelle aree urbane di sei città italiane, partendo dalle periferie. Da questo confronto visivo si potevano leggere alcune nuove tendenze insediative nel territorio e, più in generale, le trasformazioni del paesaggio in Italia degli ultimi vent'anni.

Perché sei partito dal nord? Perché arrivi dal nord?

Per istinto, forse, o forse per seguire la corrente del fiume che scorre da nord a sud. È stato molto interessante leggere la modificazione del paesaggio seguendo il percorso del Tevere, utilizzandolo quindi come un vettore che intercetta il tessuto della città, tracciando una vera e propria sezione visiva.

Ho considerato il segmento fluviale compreso tra le intersezioni nord e sud con il Grande Raccordo Anulare al cui interno il fiume, partendo dai confini, si scopre con un destino un po' nomade, prima di raggiungere le periferie. Qui il paesaggio è spesso confuso, anche perché gli argini sono formati da un terreno consolidato ma non protetti dalle murate di travertino che invece si possono incontrare più all'interno della città.

Poi lentamente il fiume raggiunge serpeggiando il tessuto della città consolidata. Quando i monumenti si ergono dagli argini, imponendosi sul profilo della città, raddoppiandosi staticamente nello specchio dell'acqua come a Castel Sant'Angelo, o come quando la città scende fino al greto del fiume all'Isola Tiberina, la scenografia che ci sta di fronte è talmente suggestiva e ammaliante da confondere e rendere compulsivo lo sguardo.

Confesso che all'inizio di questo lavoro avevo pensato di seguire il Tevere con lo scopo principale di fotografare progressivamente la struttura della città che attraversavo durante il percorso, dedicando al fiume un'attenzione marginale. Ma nello svolgimento quotidiano del lavoro, il fiume è diventato il soggetto protagonista dell'esplorazione. È stato come se l'acqua si fosse vendicata del mio atteggiamento scortese, rivelandomi passo dopo passo la sua seducente bellezza, chiedendo sempre più attenzione fino a escludere la città, confinandone l'immagine sul bordo dietro agli argini.

Ho sentito l'esigenza di fotografare tutti i ponti e da tutti i ponti del Tevere per non perdere nessuna occasione. L'acqua ha giocato un ruolo rassicurante, è diventata uno spazio di tregua, una zona franca, dove i rumori e i conflitti della città si dissolvono fino a scomparire del tutto.

Molti fotografi si sentono dei flâneur, per te è diverso...

Chi ama la fotografia e ha un po' interiorizzato la sua storia avventurosa, rimane sempre un po' flâneur, nel senso che sono convinto che il gesto di fotografare ben si accompagni al viaggio erratico della scoperta dei luoghi e spesso ne costituisca la motivazione.

Personalmente sono però anche fortemente condizionato da un'esigenza di progettualità, cioè mi è difficile pensare di scattare delle foto che non facciano parte di un progetto precostituito e organizzato, pur sapendo che ciò rappresenta a volte una limitazione alla creatività.

In queste tue foto mi pare di percepire un concetto molto pittorico di bellezza. Mi vengono in mente i pittori di veduta del Seicento, del Settecento, ma anche Poussin con i suoi «paesaggi moralizzati». Nei confronti di altre tue immagini di periferie urbane, in particolare di Milano, avevamo parlato, in altre occasioni, della pittura di Mario Sironi.

Fare delle fotografie «panoramiche» lungo il Tevere ci riporta con immediatezza al vedutismo pittorico dei secoli passati. Questo è molto interessante perché penso che la fotografia documentaria, e il suo linguaggio minuziosamente descrittivo, siano ancora oggi perfettamente idonei, insieme ad altri modi di rappresentazione, per raccontate il nostro paesaggio, la nostra realtà fisica, se colti con la giusta misura e il giusto equilibrio.

A Roma c'è una sorta di trasmigrazione fisica: molte delle architetture tardo rinascimentali e barocche sono state costruite con le pietre prese dalle architetture antiche. C'era il detto: «Quod non fecerunt barbari fecerunt Barberini». Una sorta di pasquinata in anticipo sui tempi.

Penso che molte città europee che hanno una storia antica abbiano avuto un destino simile. C'è una sorta di metabolismo urbano che coinvolge la vita e la ricostruzione fisica della città e del suo tessuto, che recupera e ricicla la stessa sostanza, lo stesso materiale costruttivo, modificandone la forma ma mantenendone, quasi per un processo ereditario, il valore simbolico.

C'è una foto in cui ci sono solo alberi.

Ce n'è forse più di una. Se socchiudi appena gli occhi in modo che spariscano i dettagli, gli alberi si trasformano in masse uniformi di colore che nella mia memoria sembrano architettura del paesaggio.

In alcuni punti di questo tuo lavoro ho trovato la dimensione di marginalità proposta dal Pierpaolo Pasolini di Accattone, di Mamma Roma.

Gli abitanti dei luoghi di quella che tu definisci «marginalità» sono stati spesso al centro della vicenda neorealista che ha reso celebre il cinema italiano, e che per quello che qui ci riguarda ha restituito poesia e visibilità alla periferia romana. La periferia di Pasolini non è edulcorata, al contrario è descritta in tutta la sua cruda realtà, ma è attraverso questa scelta che l'autore ci rivela la sua insospettata bellezza, connessa alla sua componente umana.

Prima si parlava di pittura. A me pare che in queste tue immagini ci siano molti rimandi alla metafisica.

Il rimando a De Chirico e alla pittura metafisica è frequente quando si parla della fotografia italiana di paesaggio a partire dagli anni Ottanta.

Se da una parte è vero che l'impegno che gli artisti americani hanno dedicato ai temi del paesaggio, anche per la violenta modificazione subita in tempi recenti, è stato il primo elemento che ha influenzato i fotografi italiani, non si può negare che la ridefinizione di uno stile italiano, anche se è difficile parlare di una scuola o di una tendenza, si collega in modo convincente all'esperienza dei pittori metafisici.

Quando penso a Roma, penso a una città rumorosa, ma non in senso deteriore. È una città allegra, vivace, vociante. Vederla senza la sua voce è straniante. È come vedere un programma senza audio.

È vero, ma questa è anche la magia del fiume.

Qui è un'idea di tempo sospeso che io sento per la prima volta a Roma.

La sensazione si avverte soprattutto quando si scende al livello dell'acqua, dove i rumori sono attenuati quasi fino a scomparire.

Questa assenza del sonoro, specialmente quando si viene dal frastuono della città, è incredibile: è come se il tempo perdesse una delle sue componenti e lasciasse più campo allo spazio. È inoltre un grande aiuto per la concentrazione visiva.

Nelle tue immagini fa la sua comparsa anche l'architettura contemporanea: ci sono l'Ara Pacis di Richard Meier, la Moschea di Paolo Portoghesi. La moschea è un simbolo forte del nostro tempo multiculturale, multietnico.

In questi anni Roma sta cambiando volto, e in diversi punti della città ci sono cantieri per le grandi opere pubbliche, e in periferia interi quartieri in fase di costruzione.

Ma esiste ancora una Roma nascosta, quasi inesplorata, che ospita immigrati, ultimi arrivati, e homeless.

Gli Stalker, un gruppo di giovani architetti artisti, ha fatto un viaggio ricognitivo attraversando la città in zone quasi sconosciute, in tenda e sacco a pelo, contattando questi gruppi e consegnandoci così una mappatura romana delle marginalità.

In queste immagini anche quando non è fisicamente presente la classicità, si avverte un rigore geometrico dato dall'essenzialità degli oggetti e delle forme.

L'influenza della classicità è nel DNA dell'architettura italiana. Per quanto riguarda le mie fotografie del Tevere, penso che la luce morbida, quasi crepuscolare, togliendo profondità ha evidenziato il profilo del paesaggio urbano, restituendo forse un'impressione più «geometrica».

Per certi versi sembra di trovarsi di fronte a città diverse tra loro.

Tutte le città del mondo, per un gioco collaudato e ironico della memoria, presentano una stratificazione di frammenti e di immagini di altre città. Ma se questo già si avverte osservando attentamente la città, è ancora più visibile per la fotografia. Ogni sguardo della ripresa fotografica esprime il dialogo tra ciò che ci sta davanti e quello che è sedimentato nella memoria, sia che si riferisca alla nostra personale esperienza che a quella di altri. Abbiamo così un gioco combinatorio di immagini che si

ricompongono in funzione delle nostre emozioni e delle nostre scelte.

In certe fotografie Roma non è quasi riconoscibile. Hai dato un'idea molto particolare della città.

Raccontare il fiume come se fosse separato dalla città è forse un po' come nascondere quei luoghi storici e monumentali che la rendono immediatamente riconoscibile e quindi è come sottrarre la città al suo immaginario arcinoto. Ma questo lavoro di «nascondimento» è solo parziale: alcune immagini sono inequivocabilmente Roma. Tuttavia anche buona parte del mio lavoro del passato è stato molto selettivo rispetto ai soggetti presi in considerazione.

Le opere quando escono dalle mani dell'artista acquistano una loro vita autonoma. Esprimeva molto bene questo concetto Marc Rothko. Attraverso quella che si potrebbe chiamare, con una parola che non mi piace, fruizione, l'opera d'arte assume altre valenze.

Questo è verissimo, e anche straordinariamente affascinante. Sono pienamente d'accordo con chi sostiene che un'opera d'arte deve avere, in quanto tale, l'ambizione di appartenere al mondo, cioè agli altri. È quindi suscettibile di modificazioni di percezione, di giudizio, e anche di senso. Mi sembra un buon motivo per non

essere relegata in un archivio polveroso della memoria, e per poter esercitare in pieno la sua funzione sociale. Un'opera d'arte continua così a vivere conformandosi alla sensibilità degli altri.

Milano, febbraio 2008

(12:21 - 21 mag 2008)





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