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08:04 - 01 agosto 2010
Home > Interviste > It's a Cocktail Party: intervista a Paola Pivi
Paola Pivi è nata nel 1971 a Milano ma vive ad Anchorage, Alaska.
Ha vinto il leone d'oro alla Biennale d'arte di Venezia nel 1999. Da anni è tra i protagonisti della scena artistica internazionale con un folto curriculum di mostre personali e collettive. Nel 2007 la Kunsthalle di Basilea le ha dedicato una grande retrospettiva intitolata "It Just Keeps Getting Better".
L'abbiamo incontrata a Milano nei giorni di Start, nel cui ambito ha inaugurato la personale It's a Cocktail Party presso la Galleria Massimo De Carlo.
It's a Cocktail Party è il titolo dell'opera che hai presentato a Milano da Massimo De Carlo. Nove fontane d'acciaio in cui scorrono altrettanti fluidi. Come è avvenuta per esempio la scelta delle sostanze?
Si tratta di sostanze che ci circondano, per cui non ho potuto usare la benzina se no sarebbe stato infiammabile, non ho potuto usare lo sciroppo per la tosse perché sarebbe stato nocivo respirarne troppo. La scelta è avvenuta con leggerezza e divertimento tra i liquidi non nocivi che possiamo respirare, proprio perché nell'ambiente si crea questa sorta di nebbia. Una specie di cocktail della quotidianità, per cui per esempio c'è anche la glicerina, perché volevo un liquido chimico che parlasse di una quotidianità dietro le quinte. La glicerina non è come il succo d'arancia, però è presente nella vita di tutti i giorni.
In che modo quest'opera si inserisce nella tua produzione precedente e cosa aggiunge eventualmente?
Io non penso in termini né di tappe, né di aggiungere, non ripenso a quello che ho fatto prima o a quello che farò dopo. Faccio quello che posso.
Certe opere sono più scultoree, sono sempre performative, ma meno performative e più scultoree, altre sono assolute performance ma un po' scultoree... Questa è un bel marasma di scultura, installazione, performance e anche di pittura, visto che una delle nove cascate o flussi è fatta di inchiostro. Poi ci sono i colori, gli odori, il rumore. In genere, comunque, quando guardo un'opera mi concentro sull'opera, non la metto in relazione ad altre.
Spesso il tono al limite dell'assurdo che si crea nelle tue opere viene abbassato dai titoli che accompagnano la mostra o l'opera stessa. Così entra in gioco l'ironia e mi sembra che oltre alla magia dell'inaspettato si possa parlare anche di una certa onestà nei confronti dello spettatore.
Questi titoli sono pensati da Karma Lama, che è un poeta e musicista tibetano. Vengono da una cultura completamente diversa dalla nostra, una cultura molto meno competitiva e posseggono questa radice di benevolenza. Sono titoli sorridenti, invitanti e spesso sono engaging, quasi ti invitano a fare qualche cosa. Per esempio, My Religion is Kindness. Thank You, See you in the Future, è tutto una relazione con chi ascolta, c'è un dialogo, un appuntamento. Alcuni proprio invitano chi ascolta a fare qualche cosa, come per esempio No Problem, Have a Nice Day grazie al tono molto colloquiale. Sono quasi come dei piccoli mantra, micro mantra.
La tua opera fa spesso discutere. Penso agli attacchi degli animalisti per le zebre su ghiaccio o per gli animali bianchi a Porta Genova nel 2006, piuttosto che al risentimento creatosi attorno al tuo poster di un fondo schiena per la mostra "ITALIA ITALIE ITALIEN ITALY WŁOCHY" a Benevento.
La polemica di Benevento è del tutto fasulla. I curatori della mostra mi hanno detto che avevano ritardato l'allestimento di quell'opera per un problema tecnico e qualcuno ha inventato un caso che effettivamente non esisteva. In generale essere oggetto di tanto interesse è un grande onore per me (ride). Mi viene in mente un altro episodio: quando ho fatto l'elicottero sottosopra, il titolo esatto è A Helicopter Upsidedown in a Public Square, a Salisburgo, prevedevo di metterlo nella piazza Mozartplaz, dove c'è appunto la statua di Mozart. La mia opera, che era temporanea e sarebbe rimasta per soli due mesi, doveva essere posizionata proprio di fronte alla statua. La città ha creato una polemica infinita molto più intensa di quelle che mi hai citato; i due giornali della città hanno iniziato con un ping pong di articoli riguardo questa cosa, finché nessuno voleva più quest'elicottero davanti a Mozart. Io poi, feci una battuta e dissi che nei confronti di Mozart io ero come il gatto che porta il pesce o l'uccellino e te lo lascia davanti all'uscio, per sdrammatizzare e anzi mostrare il mio rispetto nei confronti di Mozart.
Ho peggiorato le cose, mi riconoscevano per strada, tanti erano gli articoli che avevano scritto su di me, e alla fine mi è stato imposto di mettere l'elicottero in un'altra piazza di fianco, cosa che mi è dispiaciuta ma che in fondo, visto che il titolo si riferiva a una qualunque piazza, non cambiava il senso dell'opera.
Non era finita qui, perché la mattina in cui andai a installare il lavoro con le gru, i camion, i tecnici alle 4.30 del mattino, prima ancora che arrivassimo un artista locale aveva creato un'installazione davanti alla statua di Mozart. Aveva messo un'automobile sottosopra con dei pezzi di legno attaccati per farla sembrare un elicottero e aveva bendato la statua di Mozart, con varie scritte in tedesco. Un'azione di tale portata solo per me, visto che dopo poche ore la polizia ha rimosso tutto. Ribadisco, per me è solo un grande onore.
A proposito di polemiche: sei tra gli artisti scelti per la mostra "Italics" che inaugurerà il prossimo 27 settembre a Palazzo Grassi. Che ne pensi delle critiche mosse a Francesco Bonami da parte di artisti come Kounellis e Paladino sulla scelta degli artisti?
Io abito in Alaska e quando Francesco Bonami mi ha chiesto un lavoro per la mostra, poiché non si trattava di dover pensare un'opera nuova e ho grande stima di lui, l'ho lasciato scegliere cosa voleva esporre.
Di queste polemiche non sapevo assolutamente nulla, ma posso dire che la polemica avviene costantemente per ogni mostra e si tratta di posizioni soggettive.
In generale penso che l'atto della censura, quando non c'è un pericolo dato ed evidente, non vada applicato, e il curatore dovrebbe poter lavorare in libertà. Ognuno è libero di esprimere la propria opinione, in ogni caso, provo comunque grande stima nei confronti di Bonami, così come di Kounellis piuttosto che Celant.
Oggi vivi in Alaska, ma sei in movimento da molti anni: prima Alicudi e prima ancora Shanghai. Cerchi una qualche caratteristica comune nei luoghi in cui vivi?
A Shangai sono andata nel '98, era quindi un momento molto diverso da oggi; Alicudi, Shanghai e Alaska sono tre isole, luoghi separati, circoscritti. Nel caso di Shanghai, a quei tempi era un'isola perché gli occidentali erano così pochi che ci si guardava in faccia e ci si salutava, solo per il fatto di essere occidentali, era quindi un mondo molto piccolo da quel punto di vista.
Tutti questi luoghi sono isole in cui si crea una copia della società in versione ridotta, come un modello in laboratorio che a me piace osservare. Questo mi interessa di questi luoghi.
Quindi in un certo senso rifuggi le grandi realtà urbane.
Perché non mi sento molto a mio agio per lungo tempo nelle grandi città, mi sembra di essere come una barca in mezzo all'oceano piuttosto che sulla terraferma.
Lavori con alcune delle gallerie più importanti a livello internazionale (Massimo De Carlo, Emmanuel Perrotin). Quanto conta secondo te il ruolo dell'intermediario e del mercato nella riuscita di un artista?
Il ruolo delle gallerie e degli spazi espositivi conta moltissimo, e quindi delle persone coinvolte in questi luoghi. A parte le rarissime eccezioni di artisti che sono capaci di fare non soltanto il lavoro artistico ma anche il lavoro di vendita, promozione, relazioni, io credo che noi artisti dobbiamo fare solo il lavoro dell'artista e quindi è assolutamente necessaria un'altra persona che si occupi di tutto il resto, che è un lavoro molto difficile e che rispetto moltissimo. Alcune gallerie dando libertà a certi artisti hanno portato avanti la storia dell'arte in modo considerevole perché nelle gallerie si possono creare delle situazioni di libertà maggiore che nei musei, la cui struttura è più complessa. La galleria in fondo è un luogo privato. Certi musei stanno cambiando in questo senso comunque, stano diventando più liberi.
Per quanto riguarda il mercato devo dire che non mi interessa. Per me è una cosa a parte. Non penso che sia proficuo stare a pensarci troppo.
Un consiglio per diventare un artista di successo.
Non aspirare ad esserlo.
Sara Schifano
(16:41 - 22 set 2008)