registrati richiedi la password
02:18 - 12 marzo 2010
Home > Interviste > Twister - Intervista a Carlo Bernardini
Carlo Bernardini è nato a Viterbo nel 1966. Per Twister ha creato l'opera Codice Spaziale presso il MAM di Gazoldo degli Ippoliti (MN). Vive e Lavora a Milano
Quando sei stato chiamato a partecipare a Twister, cosa ti ha attratto del progetto?
La cosa importante è stata quella di poter lavorare con i musei che finalmente qui, almeno in Lombardia, hanno creato un'azione sinergica concentrata sull'arte contemporanea. Normalmente le azioni sinergiche, i musei le fanno solo sulle antichità e sui progetti legati al mantenimento e alla conservazione dei nostri beni culturali. Finalmente li abbiamo visti concentrarsi su un progetto composito che vedeva l'acquisizione di opere permanenti di artisti attuali. Il progetto pone in ogni caso delle problematiche di tipo realizzativo, perché come sempre succede, almeno qui in Italia, gli spazi museali sono spesso antichi o d'epoca e sottoposti alla tutela delle soprintendenze, che ti dicono fin dall'inizio ciò che non si deve fare, piuttosto che ciò che si può fare. Per esempio, nel mio caso, il progetto originario prevedeva a Gazoldo degli Ippoliti un'opera che viveva in due diverse condizioni visive, la metà in luce reale e la metà al buio completo. Un progetto di divisione dell'unità visiva che eludeva la fisicità del muro, della parete perimetrale del museo, visibile da qualsiasi visitatore in qualunque momento, nella parte esterna come in quella interna, che avrebbe vissuto il buio completo. Purtroppo il progetto non è stato attuato per l'impossibilità di toccare la parete esterna, in quanto gli elementi applicati, le fibre ottiche e la parte aggettante della scultura, avrebbero dovuto attraversarla. Alla fine abbiamo dovuto optare per una scultura auto-sostenuta nel giardino del museo. Qui ho realizzato una scultura, Codice spaziale, basata sulla rotazione di quattro romboidi sulle punte estreme in cui sono saldati, che all'interno formano altre quattro figure geometriche. Quattro triangoli che trovano la loro condizione visiva di notte, perché sono realizzati in fibra ottica, mentre i romboidi sono in acciaio. Per cui l'opera si vede di giorno come una scultura fisica. Fisicità che durante la notte è subordinata all'apparire della fibra ottica, che si staglia come linea di luce. Il lavoro sulla divisione dell'unità visiva lo porto avanti dal 1996, quando ho iniziato a utilizzare la fibra ottica.
Quale sarà il futuro dell'opera? Dopo il 31 gennaio rimarrà dov'è ora o potrà cambiare posizione?
Come idea di base, l'opera è permanente nel giardino. Nell'arco degli anni, il comune potrebbe decidere di cambiargli locazione per qualche ragione, ma per il momento non è previsto. Il mio lavoro è inoltre fissato al suolo, ha una base interrata. La scultura non prevede un basamento fisico, visibile, che diventa un ornamento, una cornice all'opera. Per dargli stabilità e metterla in sicurezza, è stata cementata al di sotto del manto erboso e la percezione è quella di una scultura poggiata a terra. Per rimuoverla e collocarla in una nuova sede sarebbe necessario un lavoro complesso. Mi auguro che resti dov'è ora, perché l'idea di metterla in un giardino come quello è nata pensando al dialogo tra l'opera e gli alberi, per creare una sorta di contrasto e al contempo un'armonia con la natura. Invece, contro la facciata del muro del museo, sarebbe stata una scultura presa e messa lì. Ora c'è un dialogo tra le sue forme astratte e tecnologiche e la natura, che si perderebbe all'interno del museo o con la vicinanza ad altre sculture più tradizionali. La mia logica non è tanto quella di entrare io in rapporto con lo spazio, quanto quella dello spazio che entra in rapporto con me, in quanto la mia tipologia di lavoro tende a fagocitare il luogo, a inglobarlo dentro le mie installazioni, a trasformarlo in un mio spazio mentale.
Seguendo lo spirito di dialogo promosso da Twister, quali tra le opere dei tuoi dieci colleghi ti hanno maggiormente colpito?
Forse quella di Mocellin e Pellegrini, per l'integrazione che riesce a trovare con il luogo e la realtà locale. Anch'io ho lavorato in passato al museo di Lissone e non è uno spazio facile col quale lavorare. Loro mi sembra che abbiano trovato una certa armonia, una ragione d'essere. Mi ha colpito anche il lavoro di Ofri Cnaani, che è riuscita a integrare i suoi video con tutti gli spazi riuscendo a creare delle effettive armonie.
Stefano Ferrari
(16:03 - 19 ott 2009)