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02:43 - 21 marzo 2010
Home > Interviste > Twister - Intervista a Loris Cecchini
Loris Cecchini è nato a Milano nel 1969. Per Twister ha realizzato "Monologue Patterns" alla Galleria del premio di Suzzara.
Quali sono, secondo te, gli aspetti più interessanti del progetto Twister?
Ho trovato il progetto molto ben formulato. Un concorso pubblico internazionale capace di creare una rete, dando la possibilità a strutture più o meno visibili e importanti di lavorare sullo stesso piano. Ho apprezzato molto questa modalità anche perché credo che sia esemplare dal momento che non c'è niente di simile né in Italia, né in Europa, che io sappia. Non ho mai sentito dire di dieci musei che si associano. Credo che il progetto possa essere un esempio anche in un ambito culturale più esteso. Ho avuto occasione di parlarne in Francia settimana scorsa, dove molte persone sono rimaste incuriosite dal progetto. Hanno apprezzato la formula di associazione, che dà possibilità anche ai piccoli musei di usufruire di finanziamenti e sponsorizzazioni.
Come si è sviluppata l'idea per Monologue Patterns, l'opera da te progettata per la Galleria del Premio Suzzara?
L'idea prescinde in parte dalla richiesta formulata dal concorso, cioè l'esplicito riferimento al soggetto museale e al tessuto della città. Io, infatti, ho immediatamente pensato a uno dei miei lavori della serie degli "abitacoli" che potesse svolgere questa doppia funzione. Si tratta in parte di una scultura, perché rimane localizzato in un giardino all'esterno della Galleria Civica di Suzzara. Allo stesso tempo, volevo utilizzare questo oggetto come info-point. Trattandosi di un involucro su ruote, gli operatori del museo hanno la possibilità di spostarlo in punti diversi della città e in questo modo il lavoro stesso diventa un segnale forte della presenza della Galleria Civica. La struttura è abitabile e formalmente ha un forte impatto visivo, per cui immediatamente la gente si ferma e si domanda cosa sia questo oggetto. Inoltre, essendo praticabile, viene vissuto più come uno spazio, che non come una scultura.
Quale sarà il futuro dell'opera dopo la fine di Twister?
Il museo ha prodotto e acquistato l'opera, quindi Monologue Patterns appartiene di fatto alla Galleria Civica di Suzzara ed entrerà a far parte della sua collezione. Ognuno dei dieci interventi si relaziona con collezioni molto diverse che dipendono dalla storia della struttura stessa. Il pubblico e gli operatori del museo sono rimasti molto contenti del mio progetto e, vista la vitalità dell'attività didattica nel museo, credo che ci sia l'intenzione di usare questo oggetto come catalizzatore segnaletico per i visitatori. Io sono molto soddisfatto del lavoro, per cui non mi precludo la possibilità di chiederlo in prestito per mostre future. Nel caso di Monologue Patterns possiamo parlare di arte pubblica, perché c'è una destinazione d'uso prevista come obiettivo dal bando. Ciò non toglie però che io possa chiedere in prestito l'opera per situazioni differenti.
Che legame c'è tra il tuo modo di lavorare e quello promosso dal Premio Suzzara?
Metaforicamente, esiste un parallelo possibile tra i due. La storia di questa città di confine tra Emilia e Lombardia, che a fine Ottocento ha dato i natali alla Iveco, è molto legata al lavoro e alla tecnica. Le due cose in qualche modo si legano. Io ho un tipo di attitudine al lavoro che mi porta a una continua ricerca e a un continuo cambio di tecnologie, per cui credo che un legame, seppur lontano, esista. L'arte è tutta bella. Ci sono modalità più fredde e gestuali di lavorare. Io cerco di mescolare le due cose: ho una parte fortemente progettuale, ma mi interessa anche seguire direttamente il processo tecnico di realizzazione di ogni opera. Credo che esista un sapere tecnico, che poi diventa evanescente ai fini di un'immagine poetica, perché poi quello che interessa nell'opera è una formulazione poetica che riguarda la metafora, la distanza e il paradosso.
Tra i lavori dei tuoi colleghi, quali ti hanno colpito?
Mi è piaciuto molto l'intervento di Massimo Bartolini sul cancello della GAM di Gallarate, che mi sembra una cosa molto sottile. O meglio, sembra una cosa molto sottile ma, tornando al discorso della realizzazione, credo sia curiosamente complessa. Nella stessa misura posso citare il lavoro di Lara Favaretto. Questi due interventi sono quelli che sento più vicini al mio pensiero di lavoro. Mi sono piaciuti moltissimo anche gli interventi di Ottonella Mocellin e Luca Pellegrini e di Marzia Migliora.
Stefano Ferrari
(17:20 - 22 ott 2009)