registrati richiedi la password
07:48 - 01 agosto 2010
Home > Interviste > Intervista a Stefano Cumia
Stefano Cumia è nato a Palermo nel 1980. Vive e lavora a Milano. L'abbiamo incontrato in occasione di 'Lateralus', doppia personale di cui è protagonista insieme a Silvia Idili presso lo Studio Cannaviello di Milano.
Cominciamo dalla mostra, perché Lateralus? Che cosa significa per te e a cosa è ispirato?
Il termine "Lateralus" è stato proposto da Silvia Idili, ci siamo subito trovati d'accordo sulla scelta del titolo. Il termine contiene in sé alcuni paradossi: è un muscolo, il muscolo laterale; può riferirsi al pensiero laterale, è pure il titolo di un album dei Tool, la struttura delle strofe della title track, "Lateralus" per l'appunto, segue rigorosamente la struttura matematica della successione di Fibonacci, struttura strettamente collegata alla spirale della sezione aurea, il testo invece ci esorta ad uscire fuori dagli schemi, ha un che di esoterico. Le strofe finali del testo dei Tool, dove si dice "Noi cavalcheremo la spirale verso la fine e potremo andare dove nessuno è mai stato/ Fuori dalla spirale/ Andiamo avanti", un viaggio a due tappe sulle curve di una spirale che progressivamente si allontana dal centro: "Ruotando e roteando nella spirale che sempre più si allarga/ il falco non può udire il falconiere/ Le cose si dissociano/ il centro non può reggere...", i versi di William Butler Yeats potrebbero essere in qualche modo il proseguimento ideale di questo viaggio attorno alla spirale iniziato col brano dei Tool...
Nel catalogo manca lo scritto di un critico, perché avete deciso di presentarvi a vicenda? e di conseguenza cosa ne pensi della critica contemporanea? Quale pensi che sia il compito di un giovane critico?
La decisione di presentarci a vicenda e il fatto che sul catalogo manchi lo scritto di un critico è strettamente correlata al pensiero laterale e al voler uscire fuori dagli schemi pur restando all'interno di una struttura. Penso che compito del giovane critico sia quello di frequentare e relazionarsi, in maniera militante quasi, con quegli artisti suoi coetanei con i quali ha una comunanza di idee, una sorta di compagno di viaggio.
Da ciò che ho potuto osservare procedi per addizione d'immagini e passaggi, i tuoi quadri cambiano radicalmente da un giorno all'altro, ma quando ti rendi conto che ti devi fermare? Che il quadro è arrivato alla fine del suo percorso?
Una qualsiasi ricerca prende in genere l'avvio da un problema. Il problema nel mio caso è quello di conciliare elementi eterogenei e a volte stridenti all'interno di una superficie delimitata come può essere quella della tela, ma non si tratta di organizzazione strutturale, quella preferisco sostituirla col sincretismo e il bricolage, cioè con quelle violazioni necessarie di cui ti parlavo prima, in tal modo lo stesso quadro viene ad assumere molteplici e differenti aspetti che di volta in volta sono dei punti di partenza che consentono un'esplorazione successiva.
Negare tutto per vedere se si può, in un successivo momento, riconfermare qualcosa, devastare ogni cosa per poi osservare come tutto si riformi su un altro livello o in un altro modo giungendo talvolta fino alla completa devastazione del quadro o ad utilizzare lo stesso come tavolozza per il quadro successivo creando così una sorta di cordone ombelicale tra due o più opere.
Valentina Argirò
(17:51 - 29 gen 2010)