registrati richiedi la password
10:54 - 11 marzo 2010
Home > Recensioni > Cristina Iglesias alla Fondazione Pomodoro
Lavorare su grande scala consente di utilizzare lo spazio in modo attivo, ossia di creare qualcosa all'interno di esso che contenga a sua volta spazio. Cristina Iglesias nelle sue strutture di notevoli dimensioni, allestite alla Fondazione Arnaldo Pomodoro di Milano, segue questo principio "della scatola". Il luogo espositivo, contenitore primario di spazio, ospita al suo interno una serie di raccoglitori di volume più ridotti, che frammentano l'ambiente in situazioni più piccole, autonome e al tempo stesso parti di un tutto, di un percorso.
Lo spettatore entra letteralmente nelle opere: ci passa sotto, ne percorre i corridoi, si riflette nelle lastre specchianti, sale, spia un interno... L'imprevisto è dietro l'angolo: una chiusura, un repentino cambiamento, mescolano le carte e la situazione cambia. Attraversare la scultura diventa un'esperienza. I materiali si prestano alla messa in scena, rivelandosi in alcuni casi inaspettati (arazzi nel retro di lastre di cemento), ingannevoli in altri (rami e foglie verosimili, ma in realtà ottenuti con fibra di vetro, resina e polvere di bronzo) o addirittura sottratti artificialmente alla natura (è il caso dell'acqua che scorre in Towards the Bottom). Lo stesso gioco materico si applica agli spazi veri e propri: anche qui, alcuni sono realmente abitabili, altri illusionisticamente percorribili. Offrono, a dire il vero, aperture su un paesaggio inesistente, reso reale dalla suggestione, dall'ipotetico viaggio mentale attraverso una fenditura che ha la funzione di passaggio dimensionale, di porta, di soglia, oltre la quale la percezione sensoriale non ha più legami con un'esperienza concreta. L'appoggio alla costruzione architettonica esistente (che diventa parte integrante della scultura, conferendole un'unicità dovuta a quel particolare rapporto di simbiosi instaurato con quella, e solo quella, specifica struttura) acuisce questa sensazione di confine verso un mondo altro, che cambia al variare del luogo espositivo e viene percepito in modo soggettivo dal riguardante. "Il senso dello spazio" nasce lì, su quella invisibile linea che apre e chiude a intermittenza verso l'interno da una parte e l'esterno dall'altra, verso la coscienza e l'inconscio, verso la conoscenza e l'occultamento. O viceversa.
anna comino
(16:27 - 27 gen 2010)