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02:18 - 12 marzo 2010
Home > Recensioni > Fabio Mauri a Monfalcone
È singolare che una mostra sull'ultima produzione di Fabio Mauri, recentemente scomparso, sia stata ospitata in uno spazio come quello della Galleria Comunale d'Arte Contemporanea di Monfalcone, dedicato soprattutto all'esplorazione delle nuove generazioni di artisti. I lavori presentati a Monfalcone appartengono in gran parte a quattro serie: le Proiezioni familiari, le Incisioni su muro, gli Zerbini e gli Scaffali. "Schermi" e "proiezioni": nell'artista romano il riferimento al cinema è costante, è il linguaggio dell'immediatezza per eccellenza, dopo l'invenzione del quale nulla per noi sarebbe stato percepibile come prima. Da quel momento il mondo, le cose che lo abitano, gli spazi che lo costellano, insomma tutto è diventato un potenziale schermo cinematografico, ma uno schermo attivo che produce nuovi significati.
È importante sapere che la formazione intellettuale di Mauri è stata segnata dalla presa di coscienza di una dissociazione vissuta durante l'adolescenza: mentre con la famiglia si cullava nell'agiatezza alto borghese, il mondo precipitava nella follia bellica e nella disperazione. Pannelli che raccolgono in modo eterogeneo fotografie, ritagli di giornali e oggetti degli anni della guerra diventano quindi lo schermo per le proiezioni dei film domestici della spensieratezza. Si innesca un meccanismo paradossale, perché all'illuminazione fisica degli oggetti data dal cono di luce del film ne corrisponde una metaforica opposta, perché sono questi cimeli opachi e di una durezza "reale" a svelare l'inconsistenza di queste figure riprese mentre giocano a tennis, fantasmi che si sono scandalosamente concessi di sfuggire il proprio destino. È un dispositivo che rende difficile per l'osservatore la percezione contemporanea delle due realtà: se ci si concentra su di una si perde l'altra, sono livelli della stessa storia che letteralmente "non stanno assieme".
Nel percorso, le presenze monolitiche di due librerie si fronteggiano in salita su di un pianerottolo: sono colme dei migliori testi della cultura europea, soprattutto di quella degli anni trenta e quaranta, incellofanati e semicoperti da cappotti, tute e divise tedeschi di quegli stessi anni. Il titolo di un celebre lavoro di Mauri era Ideologia e natura, e viene da pensare che in queste librerie-attaccapanni, pezzi di mobilio simboli di un uso improprio, si confrontino invece ideologia e cultura: gli strumenti teorici dell'elaborazione intellettuale vengono soffocati, oscurati dalle inaspettate ricadute della storia, che essi si sforzano di interpretare, per mezzo di quegli abiti che ci rimandano alle dimensioni pianificate del lavoro, dello svago e della guerra tipiche della cultura totalitaria. L'uso della parola scritta ha svolto un ruolo di primo piano nella produzione di Mauri, spesso divenendo una parola-immagine modellata sui titoli di un film e non più isolata nei libri. Volgari zerbini per pulirsi le scarpe si dilatano e ospitano riflessioni filosofiche dell'artista, come "L'arte fa perché è storia e mondo", parole rivelatrici che si prestano ad essere calpestate e ignorate, tanto più poiché ritagliate in negativo e quindi assenti, e viene da ripensare ancora una volta ai meccanismi della mentalità dittatoriale. Sempre di parole si tratta nelle incisioni su muro, termini laconici come "Etc." che scavano e manifestano energia anche nella dichiarazione della propria irrilevanza. Per l'espressione di questa sotterranea fiducia, ci piace pensare che il "The End" che ritma non solo la mostra ma l'intera opera di Fabio Mauri, non sia un abbandono nichilista, ma l'osservazione che esiste sempre il fondo delle cose, un momento in cui è necessario tornare sui propri passi e rileggere la strada compiuta per comprenderla meglio.
Massimo Marchetti
(16:22 - 19 gen 2010)